Chiesa Madre S. Nicolò

1693-fine sec. XVIII (interno); statue sagrato 1774 (esterno)

Aperta tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 16.30 alle 19.30

Sito web

Telefono: 0931 454855

Interno

L’interno della Chiesa Madre S. Nicolò, a tre navate, presenta archi a tutto sesto alternati a paraste dai capitelli corinzi.

Navata centrale

La prima cappella della navata laterale sinistra accoglie il fonte battesimale, modellato su marmo bianco ed eseguito nel 1787 da Giuseppe Bonaventura di Catania. Rialzato dal piano terra è un pregevolissimo pavimento del sec. XVIII. Le maioliche, riquadrate da una duplice cornice a fiori, vennero realizzate a Napoli dai famosi ceramisti Attanasio.

La seconda cappella, che accoglieva la sepoltura della famiglia Bonincontro, ha sull’altare la statua lignea di s. Michele Arcangelo, attestata in chiesa dal 1722.

La terza, appartenente alla famiglia Loreto, presenta stucchi barocchi e la tela con la Madonna del Rosario e i santi Domenico, Caterina da Siena, Pietro Martire, Filippo Neri. Il bel dipinto, di ascendenza napoletana, è attribuibile a un seguace di Sebastiano Conca: documentato dal 1737, esso evidenzia in primo piano la figura di S. Filippo adornato da una preziosa pianeta; in alto la Madonna è simile, nell’impostazione, ai modi del Conca.

Stucchi barocchi della Cappella Loreto
Dettaglio tela Sposalizio del Patriarca con Maria Vergine

Nella quarta cappella, concessa come sepoltura a Filippo Di Falco, arciprete della Matrice, si pose lo Sposalizio del Patriarca Giuseppe con Maria Vergine: l’opera, che presenta strette analogie stilistiche con il quadro precedente, è attestata sull’altare dal 1741.

Nell’area successiva, parte terminale del transetto, è l’interessante Cappella di stucco tardobarocca costruita nel 1733 con quattro colonne, di cui due tortili. La nicchia custodisce la statua dell’Immacolata Concezione realizzata nel 1711 da Giovanni Villamaci, originario di Messina, e dai figli Giuseppe e Agostino.

A fronte del transetto, nel 1732, Raimondo Guccione di Vizzini aveva edificato, con disegno analogo alla suddetta cappella, l’altare in stucco che ospita la Madonna del Lume, statua lignea “attesa da Malta” nel 1741. Tale sacra effigie rappresenta la Vergine con in braccio il Bambino, cui un angelo porge un canestro di cuori infuocati; alla base è la “bocca dell’inferno”, da cui la mano misericordiosa di Maria salva un’Anima.

Busto del canonico Di Maria

Nel presbiterio, rivestito a metà Ottocento con maioliche provenienti anch’esse da Napoli, è l’altare maggiore. Il pregevole manufatto, insieme con gli stalli lignei del coro, fu costruito nel 1861 a spese del canonico Giuseppe Di Maria, il quale è raffigurato in un busto a destra del portale d’ingresso.

Sul catino absidale poggia il Crocifisso ligneo attribuibile alla scuola di frate Umile di Petralia (sec. XVII). Sulla volta della chiesa, alla base del tiburio (ricostruito nel 2002 durante i restauri che interessarono la chiesa), era una composizione pittorica — ampia oltre 50 mq — su tavola e con inserti in tela, rappresentante l’Incoronazione della Vergine e la Ss. Trinità: di essa, attribuibile a Simone Ventura (Chiaramonte Gulfi 1700-post 1763), sono esposte le tele con gli evangelisti Giovanni e Marco e il tondo con l’Incoronazione di Maria.

Nicchie e purgatoi della Cripta

Dal transetto, in prossimità della sacrestia, si accede alla Cripta della Confraternita del Ss. Viatico degli Uomini di Campagna. Nel 1769 l’interessante sepoltura fu progettata, per gli adepti dell’omonima confraternita, dall’architetto sac. Giuseppe Alessi (Avola 1739-1824), che ebbe a modello la Cripta dei Cappuccini di Palermo. La struttura funeraria accoglie ventisei nicchie con purgatoi e sedili in pietra: in fondo era l’altare, nel sottosuolo l’ossario.

Laterale all’abside, a conclusione della navata destra, è situata la Cappella del Ss. Sacramento con tre altari. Iniziata nel 1753 e conclusa nel 1781, mostra raffinati stucchi rococò. Si accede ad essa da una pregevole cancellata realizzata nel 1791 da Girolamo Muccio e Gioacchino Bellomia, fabbri di Avola. All’interno della cappella, sulla volta, sono raffigurati il Sacrificio di Noè e l’Agnello Pasquale attribuibili, per affinità stilistiche, a Domenico Provenzani. L’altare centrale, rifatto in stile neoclassico, poggia su un piano rialzato ricoperto da riggiole napoletane del Settecento, analoghe a quelle del fonte battesimale; ai lati dell’altare sono l’Istituzione del Sacramento dell’Eucaristia e la Cacciata dei Mercanti dal Tempio, dipinti donati nel 1783 da Antonino Sirugo di Avola, barone di Meti e Santa Domenica; a seguire, sulle pareti, sono gli ovali con il Divino Sacro Cuore e la Divina Pastorella, tele stilisticamente simili alle due precedenti. Gli altari laterali della preziosa cappella erano stati decorati, nel 1778 e con «pannella d’oro zecchino», da Michelangelo Cunsulo di Palermo. In quello di sinistra fu posto il Crocifisso “riparato e pitturato” dallo stesso Cunsulo. L’interessante statua era stata realizzata, nel 1707, dallo statuario di Avola Francesco Guarino: essa, snodabile nella testa e nelle spalle, ha un ruolo particolare nello svolgimento dei riti pasquali quali il “Venerdì Santo”, la funzione delle “Sette Parole” e la processione con i Misteri e il Cristo Morto. A destra della cappella, sull’altare dedicato all’Addolorata, fu collocata la tela con la Deposizione firmata De Fam: Maggiore (Minor) Pingebat 1788, opera derivata da un disegno di Olivio Sozzi. Nella cappella è pure la statua lignea della Madonna dell’Assunta sopravvissuta al terremoto del 1693. Il prezioso simulacro fu fatto eseguire nel 1612, secondo i dettami della Controriforma, dalla Confraternita di S. Antonino da Padova per l’omonima chiesa dell’antica città di Avola. La Matrice nel 1889 accolse, per la demolizione della chiesa di S. Sebastiano, la reliquia del Martire con il simulacro e la tela che lo raffigurano. Nel 1900 Francesco Lo Turco di Catania realizzò, con stilemi settecenteschi, il fercolo tuttora usato per condurre in processione la statua del Santo. La sua festa ha luogo la seconda domenica di maggio, con la caratteristica cursa rê nuri; il 20 gennaio, giorno in cui la Chiesa ne celebra la festività, altra cursa si diparte da ‘Mare Vecchio’. Sulla cantoria l’organo a canne pervenuto reca incisa la data 1745 e la firma di Francesco La Manna. Questi, organaro in Palermo, aveva firmato il contratto nel 1744 e si era impegnato a realizzarlo uguale a quello «di Casa Professa de RR. PP. Gesuiti».

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Esterno

Nel sito dell’antica Abola, posto sui monti Iblei, la Chiesa Madre, documentata in Vaticano dal 1308 con il titolo di S. Nicolò, fu distrutta dal terremoto dell’11 gennaio 1693.

"La destrutta Terra d'Avola", dettaglio della carta del Fegho Falconara, 1694. Archivio di Stato di Napoli.
Piazza Umberto I dall'alto

Per la ricostruzione dell’abitato, in prossimità della costa e nel feudo Mutubè, Giovanna e Nicolò Pignatelli Aragona Cortés, marchesi di Avola dimoranti a Madrid, inviarono da Palermo l’architetto gesuita Angelo Italia (Licata 1628-Palermo 1700). Questi, il 16 marzo 1693, iniziò a tracciare il perimetro esagonale della nuova Avola e i due assi viari principali: l’incrocio perpendicolare del cardo (Corso Garibaldi) con il decumano (Corso Vittorio Emanuele) determinò, proponendo anche il simbolo del cristianesimo, il centro del piano urbano.

Intorno a esso l’architetto definì un’area quadrata e situò la Piazza Maggiore (Piazza Umberto I), adibita, come nell’antica città, a pubblico mercato; sul lato N-O egli collocò il principale spazio sacro, la Chiesa Madre, in posizione dominante e frontale rispetto al Palazzo dei feudatari, che era anche sede amministrativa del Marchesato di Avola.

Il successivo 6 aprile si pose, in un angolo dell’insula prescelta dall’Italia, la prima pietra per costruire la Matrice e, nei sotterranei dell’attuale sagrato, il primo cimitero della città.

Definite le fondamenta della chiesa, la costruzione procedette dal 1696 con i proventi della gabella della scannaria e sulla base di un altro disegno attribuibile al magister Antonio Mastrogiacomo (†1707) di Ferla. Proseguì i lavori, fino agli anni trenta del sec. XVIII, l’architetto Michelangelo Alessi di Siracusa, al quale si devono i capitelli del portale maggiore, lo stemma a tre pignatte di Nicolò Pignatelli e l’elevazione dell’interno della chiesa, a croce latina e tre navate.

Stemma a tre pignatte

Nel 1741, completato il tiburio ad opera del magister Corrado Paternò di Avola, l’edificio venne benedetto e aperto al culto.

Di particolare interesse è la “facciata a torre” che, concepita a fine Seicento, precorre le analoghe strutture tardobarocche realizzate durante il Settecento nelle chiese del Val di Noto. Essa, in pietra bianca della «pirrera della Palma», è a superficie retta e di concezione rinascimentale.

Sagrato e statue della Chiesa Madre

Il primo ordine, suddiviso in cinque parti da paraste con capitelli tuscanici, presenta ai lati due nicchie con le statue dell’Immacolata e di San Giuseppe col Bambino Gesù; i portali minori si ritrovano, uguali nel disegno, nella chiesa di S. Sebastiano di Ferla, che è attribuibile al suddetto Mastrogiacomo; l’insieme è concluso dalla trabeazione avente nel fregio, secondo gli stilemi del tempio greco, l’alternanza di metope e triglifi. Due volute spiraliformi raccordano la base della struttura al secondo ordine, che si caratterizza per l’uso di capitelli ionici. Il terzo ordine, con capitelli in stile corinzio, contiene la cella campanaria. L’aspetto più scenografico dell’edificio, carico di suggestioni barocche, è dato dal sagrato, area sacra circoscritta nel 1774 da dieci alti piedistalli decorati con motivi acantiformi in stile rococò e sovrastati da statue in pietra arenaria; due di essi, con le relative statue, erano accostati ai fianchi del portale maggiore. A fine anni venti del sec. XX, sei di detti elementi furono eliminati perché molto deteriorati; attualmente si conservano, prospicienti l’ex Strada Cassaro (Corso Garibaldi), le basi con le effigi dei santi Giovanni Battista, Venera, Nicolò e Pietro. Quattro piedistalli sono stati ricollocati nel 2004.

La porta in rame del portale maggiore, lavorata a sbalzo e realizzata nel 1963 da Francesco Patanè di Acireale, raffigura I Sette Sacramenti.

Dettaglio della porta in rame con Sacramenti
San Sebastiano

Nel 1986 la Parrocchia della Chiesa Madre S. Nicolò è stata intitolata a S. Sebastiano.